I CANONI DI DORDRECHT 1618-1619

In nome del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Amen.

Fra le molte consolazioni che il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo ha dato alla sua chiesa militante nel suo doloroso pellegrinaggio, ve n'è una che è riconosciuta a ragione come una delle principali, cioè quella ch'Egli lasciò alla chiesa mentre stava per tornare verso il Padre, nel cielo: "Io sono sempre con voi, fino alla fine del mondo". La verità di questa dolcissima promessa è apparsa in ogni tempo nella chiesa. Poiché sin dagli inizi, è stata assalita, non solo apertamente dalla violenza dei nemici e dall'empietà egli eretici, ma anche dall'astuzia subdola dei seduttori. Se il Signore avesse tolto alla Sua chiesa l'aiuto salutare della Sua presenza che aveva promesso, questa sarebbe stata già da tempo o oppressa dai tiranni, o sedotta, e quindi perduta, a causa della falsità degli impostori.

Ma questo buon Pastore, che ama fedelmente il Suo gregge per il quale ha dato la propria vita, ha sempre e per tempo, represso il furore dei persecutori e ciò molto spesso con forza e miracoli. Inoltre ha messo in luce le vie tortuose ed i consigli maligni dei seduttori mostrandosi, in un modo o nell'altro, sempre presente nella Sua chiesa.

Ne abbiamo prove evidenti nelle storie di quei re, imperatori e principi religiosi che il Figlio di Dio ha così spesso suscitato in soccorso della sua chiesa, avendoli infiammati con un santo zelo verso la Sua casa. Tramite loro, non solo ha smorzato il furore dei tiranni, ma anche quando la chiesa dovette combattere contro i falsi dottori che corrompevano in vari modi la religione; le procurò, come rimedio, i santi sinodi nei quali i fedeli servitori di Cristo - unendo le loro preghiere, i loro consigli e i loro lavori per mantenere la chiesa e la verità di Dio - si sono comportati coraggiosamente; ed essendosi opposti senza timore ai ministri di Satana, proprio quando essi si trasformavano in angeli di luce, essi hanno estirpato le semenze d'errore e di discordia, conservato la chiesa nell'unione della pura religione, e trasmesso il vero servizio di Dio, sano e integro, ai posteri.

È così che, con un simile atto, il nostro fedele Salvatore ha fatto sentire in questo tempo la sua presenza favorevole nella chiesa olandese da anni dolorosamente afflitta. Poiché dopo essere stata liberata dalla mano potente di dio dalla tirannia dell'anticristo romano e dell'orrenda idolatria del papato e conservata spesso miracolosamente dai pericoli di una lunga guerra, questa chiesa, molto fiorente grazie all'accordo che vi si vede in verità di dottrina e disciplina, a lode del suo Dio, per il mirabile accrescimento della Repubblica e la gioia della cristianità riformata fu, da Jacobus Arminius ed i suoi seguaci - avendo essi preso il nome di Rimostranti - prima subdolamente sollecitata, poi apertamente attaccata con diversi errori sia antichi che nuovi. Ed ancora essi, avendola tenacemente turbata con dissensioni e scandalosi scismi, l'hanno portata ad uno stato di pericolo tale che queste fiorentissime chiese sarebbero state consunte dall'orrendo avvampare delle dissensioni e degli scismi se la misericordia non fosse intervenuta.

Ma sia benedetto in eterno il Signore che, dopo avere per un momento girato la testa lontano da noi che avevamo provocato in vari modi la sua collera e la sua indignazione, ha testimoniato all'intero mondo come non dimentica la sua alleanza e non sprezza i sospiri dei suoi. poiché quando non appariva umanamente alcuna speranza di rimedio, gli piacque ispirare agli illustrissimi e potentissimi Signori degli Stati delle Province Unite, questa santa volontà che tramite il consiglio e la condotta dell'illustrissimo e magnanissimo Principe di Orange, ha risolto di ovviare a quei furiosi mali con mezzi legittimi, da lungo tempo approvati dalla pratica degli apostoli e delle chiese cristiane che da allora li hanno seguiti, mezzi di cui le chiese stesse di queste Province Unite si sono servite con gran frutto.

Con la loro autorità, hanno dunque radunato a Dordrecht un sinodo di tutte le Province poste sotto la loro giurisdizione, avendo preventivamente richiesto ed ottenuto, tramite il Serenissimo re Giacomo di Gran Bretagna, ecc.... e gli illustrissimi principi, conti famosi e potenti Repubbliche, alcuni serenissimi teologi affinché con il comune giudizio di tanta gente dotta, e teologi della chiesa riformata, questi dogmi di Arminius e dei suoi seguaci fossero approfonditamente esaminati, e che fossero giudicati solo in base alla Parola di dio, al fine - essendo stabilita la vera dottrina e la falsa rigettata - di veder restituite tramite la benedizione divina, la concordia, la pace e la tranquillità alle chiese dei Paesi Bassi. ed è questo il beneficio di cui si rallegrano le suddette chiese, riconoscendo in tuta umiltà e lodando con azioni di grazie la fedele misericordia del loro Salvatore.

Questo venerabile sinodo dunque (dopo aver con l'autorità del Sovrano Magistrato, pubblicato e celebrato un dato giorno di digiuno in tutte le chiese di queste Province per evitare la collera di Dio e chiedere il suo soccorso favorevole), essendosi riunito a Dordrecht infiammato dall'amore di dio e da un ardente desiderio di salvezza della chiesa, essendosi, dopo l'invocazione del nome di dio, obbligato con un santo giuramento a non seguire altra regola se non la Sacra Scrittura ed a impegnarsi nella conoscenza e nel giudizio in tutta questa causa in buona e sana coscienza; dopo anche aver fatto citare i principali capi e difensori di questi dogmi, si è impegnato con cura e grande pazienza ad incitarli ad esporre più ampiamente i loro sentimenti si "I cinque punti di dottrina", così noti, come pure le ragioni delle loro opinioni. Ma siccome rigettavano il giudizio del sinodo e rifiutavano di rispondere agli interrogativi nel modo che conveniva, e siccome non tennero alcun conto dei comandamenti degli onorabilissimi deputati dei signori degli Stati Generali né degli editti dei suddetti illustri signori alti e potenti, ossia gli Stati Generali stessi, il sinodo è stato costretto a seguire un'altra via tramite il comandamento dei sunnominati signori, secondo il costume da molto tempo ricevuto dagli antichi sinodi.

Si è dunque fatto l'esame di questi "cinque punti di dottrina" sugli scritti, le confessioni e le dichiarazioni, essendo stata questa parte messa in luce precedentemente ed anche esibita a questo sinodo. Essendo ciò ora compiuto per mezzo della singolare grazia di dio, non senza una squisita diligenza, in tutta fedeltà e buona coscienza, con un grandissimo accordo e consentimento di tutti quelli che vi hanno assistito. Questo sinodo, per la gloria di Dio e al fine di provvedere al mantenimento della verità salutare, alla tranquillità delle coscienze e alla pace e alla conservazione della chiesa in questi paesi, ha trovato giusto pubblicare il "giudizio" che segue, tramite il quale, da una parte è esposto il sentimento di accordo con la Parola di Dio circa questi "cinque punti di dottrina" e dall'altra è rigettato ciò che è falso e contraddice la Parola di Dio.
 

Primo Punto di Dottrina:

PREDESTINAZIONE, ELEZIONE E RIPROVAZIONE

I.

Poiché tutti gli uomini hanno peccato e si sono resi colpevoli della maledizione e della morte eterna, Dio non avrebbe fatto torto a nessuno se avesse voluto lasciare tutto il genere umano nel peccato e nella maledizione, e se avesse voluto condannarlo a causa del peccato, secondo queste parole dell'apostolo: "Tutto il mondo è sottoposto al giudizio di Dio... Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Romani 3:19,23). e ancora "Il salario del peccato è la morte" (Romani 6:23).

II.

Ma l'amore di Dio è stato manifestato in ciò che "Egli ha mandato il suo unigenito figliolo nel mondo affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita eterna" ( 1 Giovanni 4:9; Giovanni 3:16).

III.

Ora, per condurre gli uomini alla fede, Dio nella sua benevolenza, manda agli araldi di questa lieta novella a quelli che egli ha scelto, e quando lo vuole, affinché tramite il ministerio di questi ultimi, gli uomini siano chiamati al pentimento e alla fede in Gesù Cristo crocefisso. "Come dunque invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare? E come udiranno se non v'è chi predichi? E come predicheranno se non son mandati?" (Romani 10:14,15).

IV.

Quelli che non credono a questo vangelo rimangono sotto l'ira di Dio, ma quelli che lo ricevono ed accettano il salvatore Gesù con una fede vera e viva, sono da Lui liberati dall'ira di Dio e alla perdizione, e sono resi partecipi della vita eterna.

V.

La causa o la colpa di questa incredulità, come di tutti gli altri peccati non risiede in Dio, ma nell'uomo. Però la fede in Gesù Cristo, e la salvezza mediante Lui, è un dono gratuito di dio, come è scritto: "Poiché è per grazia che voi siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi; è il dono di Dio" (Efesini 2:8). e ancora: "Poiché a voi è stato dato di credere in Cristo" (Filippesi 1:29).

VI.

Quanto al fatto che Dio dà la fede ad alcuni e no la dà ad altri, questo procede dal suo decreto eterno. Il Signore fa queste cose, "le quali a lui son note ab eterno" (Atti 15:18); e "Colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della propria volontà" (Efesini 1:11). secondo questo decreto, dio intenerisce per grazia il cuore degli eletti e lo piega per quanto duro possa essere; ma con giusto giudizio, lasca quelli che non sono eletti nella loro cattiveria e nella loro durezza. È principalmente qui che si scopre la profonda, misericordiosa e parimente giusta distinzione fra gli uomini che erano ugualmente perduti; o ancora il decreto dell'elezione e della riprovazione rivelato nella Parola di dio; decreto che i perversi, gli impuri ed i titubanti distorcono per la loro perdizione, ma che dà una consolazione indicibile alle anime sante e religiose.

VII.

Ora l'elezione è il proposito immutabile di dio secondo il quale, mediante la liberissima scelta della sua volontà, per pura grazia, egli ha, in Gesù Cristo eletto alla salvezza prima della fondazione del mondo, fra tutto il genere umano caduto per propria colpa dalla sua iniziale integrità al peccato e alla perdizione, una certa quantità di uomini, né migliori né più degni degli altri, anzi che giacevano anch'essi in una medesima miseria. Questo stesso Cristo, Dio pure l'ha costituito da ogni eternità, mediatore e capo di tutti gli eletti, e fondamento della salvezza. Questi eletti, Dio ha deciso di darli al Cristo per salvarli, di chiamarli e trarli con efficacia alla comunione con Cristo mediante la sua Parola ed il suo Spirito. Ancora, per dare loro la vera fede in lui, per giustificarli e santificarli, e dopo averli preservati, con potenza, nella comunione con suo figlio, per glorificarli alla fine, quale dimostrazione della sua misericordia, e come lode dei benefici della ricchezza della sua gloria, come è scritto. "In Cristo ci ha eletti, prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui nell'amore, avendoci predestinati ad essere adottati, per mezzo di Gesù Cristo, come suoi figliuoli, secondo il beneplacito della sua volontà; a lode e gloria della sua grazia, la quale egli ci ha largita nell'amato suo" (Efesini 1:5-6) "E quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati" (Romani 8:30).

VIII.

Questa elezione non è di vari speci; è una sola ed è la stessa elezione per tutti quelli che saranno salvati nell'Antico e nel Nuovo Testamento, dato che le Scritture predicano un solo beneplacito. Quest'ultimo è deciso e proviene dalla volontà di Dio, mediante esso siamo eletti da ogni eternità, sia alla grazia che alla gloria, sia alla salvezza che alla via della salvezza da lui preparata affinché camminiamo in essa.

IX.

Questa elezione è stata fatta non certo in considerazione della fede prevista, dell'ubbidienza alla fede, della santità o di qualche altra buona qualità o buona disposizione che sarebbe causa o condizione preventivamente richiesta all'uomo che doveva essere eletto; ma è al contrario per dare la fede, l'ubbidienza alla fede, la santità ecc... È per questo che l'elezione è la fonte di ogni bene salutare, da essa sgorgano la fede, la santità e gli altri doni salutari come la vita eterna stessa, a mò di frutti ed effetti suoi, secondo le parole dell'apostolo: "Ci ha eletti, (non perché eravamo, ma) affinché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui nell'amore" (Efesini 1:4).

X.

La causa di questa elezione gratuita è solo di volere di Dio. Non è che egli abbia scelto quale condizione per la salvezza qualche qualità od azione umana fra tutte quelle possibili, bensì, quali eredi particolari, ha preso tra la comune moltitudine di peccatori, un certo numero di persone, secondo che sta scritto: "Poiché prima che fossero nati e che avessero fatto alcun che di bene o di male ecc... le fu detto (a Rebecca): Il maggiore servirà al minore: secondo che è scritto: ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù" (Romani 9:11-12). E anche: "e tutti quelli che erano ordinati alla vita eterna, credettero" (Atti 13:48).

XI.

E siccome Dio stesso è sommamente sabbio, immutabile, onnisciente ed onnipotente, così l'elezione non può essere né interrotta, né cambiata, né revocata, né annullata e gli eletti non possono essere rigettati, né il loro numero diminuito.

XII.

Gli eletti sono, a tempo debito, resi certi di questa elezione di cui sono oggetto - elezione eterna ed immutabile alla salvezza - anche se per gradi ed in misure diverse; tuttavia non è di certo frugando con curiosità i segreti e gli abissi di Dio, ma prendendo coscienza in sé stessi, con gioia spirituale e santa felicità, dei frutti infallibili dell'elezione, riconoscibili nella Parola di Dio, quali la vera fede in Gesù Cristo, il timore filiale verso Dio, la tristezza secondo Dio, la fame e la sete di giustizia ecc...

XIII.

Dalla coscienza e dalla certezza propri a questa elezione, i figli di Dio traggono di giorno in giorno un motivo maggiore per umiliarsi davanti a Dio, per adorare l'immensità della sua misericordia, per purificare se stessi, per amare anche con ardore Colui che per primo li ha tanto amati. Guai quindi se con questa dottrina dell'elezione, e mediante la sua meditazione, essi diventano pigri e trascurano di seguire i comandamenti di Dio. È proprio ciò che avviene, per giusto parere di Dio, a quelli che presumendo avventatamente, o chiacchierando scioccamente e con petulanza della grazia dell'elezione, non accettano di camminare nella via degli eletti.

XIV.

Poiché questa dottrina dell'elezione divina, secondo il saggio parere di Dio, è stata predicata dai profeti, dallo stesso Gesù Cristo e dagli Apostoli, tanto sotto il Vecchio Testamento che sotto il Nuovo, ed è poi stata messa per iscritto nelle Sacre Scritture, deve ancor oggi essere pubblicata nella chiesa di Dio alla quale è particolarmente destinata, con uno spirito prudente, religioso e santo, allontanando ogni indiscreta ricerca delle vie del Dio sovrano: il tutto alla gloria del santo Nome di dio e per la viva consolazione del suo popolo.

XV.

Del resto, la santa Scrittura rende tanto più illustre e raccomandabile questa grazia eterna e gratuita della nostra elezione quando testimonia che tutti gli uomini non sono eletti, ma che alcuni sono non-eletti, oppure che non sono fatti partecipi dell'elezione eterna di Dio: cioè quelli che Dio, secondo il suo liberissimo volere, giustissimo, irreprensibile ed immutabile, ha deciso di lasciare nella comune miseria dove sono precipitati per colpa propria, e di non dare loro la fede che salva, né la grazia della conversione; ma avendoli abbandonati nelle loro vie e sotto un giusto castigo, ha deciso di condannarli e di punirli eternamente, non solo a causa della loro infedeltà, ma anche per tutti i loro peccati, e ciò per la manifestazione della sua giustizia. ecco il decreto di riprovazione, il quale non fa in alcun modo Dio autore del peccato (ciò che non si può pensare senza bestemmiare) ma lo mostra giudice temibile, irreprensibile e giusto, nonché vendicatore del peccato.

XVI.

Quelli che non sentono ancora in sé stessi una fede viva in Gesù Cristo o una fiducia totale che viene dal cuore, la pace della coscienza, la preoccupazione e la ricerca di un'ubbidienza filiale e una glorificazione in Dio mediante Gesù Cristo, ma che tuttavia usano i mezzi con i quali Dio ha promesso di attuare queste cose in noi, quelli non devono perdere coraggio quando sentono parlare di riprovazione, né collocarsi tra i reprobi. Devono invece perseverare con diligenza nell'uso di quei mezzi. desiderare ardentemente l'ora in cui verrà una grazia più abbondante ed aspettarla con rispetto ed umiltà. Ancor meno devono essere spaventati dalla dottrina della riprovazione quelli che, anche se desiderano seriamente convertirsi a Dio, piacere solo a Lui ed essere liberati da quel corpo di morte, non possono tuttavia essere così avanti come vorrebbero nel loro cammino di pietà e fede poiché Dio che è misericordioso ha promesso che non spegnerà il lucignolo fumante, né spezzerà la canna incrinata.

Ma questa dottrina è giustamente di spavento per quelli che avendo messo da parte Dio e il Salvatore Gesù Cristo si sono totalmente arresi alle sollecitudini in questo mondo e alle brame della carne fino a quando essi non si convertiranno a Dio.

XVII.

E poiché dobbiamo giudicare della volontà di Dio mediante la sua Parola, la quale testimonia che i figli dei fedeli sono santi, non certo per natura, ma mediane l'alleanza di grazia in cui sono compresi con i loro genitori, i genitori che temono Dio non devono dubitare dell'elezione e della salvezza dei loro figli che Dio toglie da questa vita durante la loro infanzia.

XVIII.

Se qualcuno mormora contro questa grazia dell'elezione gratuita e contro la severità di questa giusta riprovazione, noi gli opponiamo ciò che dice l'apostolo: "Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio?" (Romani 9:20), e quello che dice il nostro Salvatore: "Non m'è lecito far del mio ciò che voglio?" (Matteo 20:15). Ma in quanto a noi che adoriamo religiosamente questi misteri, gridiamo con l'apostolo: "O profondità della ricchezza e della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e incomprensibili le sue vie! Poiché: chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato il suo consigliere? O chi gli ha dato per il primo, e gli sarà contraccambiato? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen" (Romani 11:33-36).

Rifiuto degli errori

Dopo aver esposto la dottrina ortodossa dell'elezione e della riprovazione, il Sinodo respinge gli errori di:

I.

Chi insegna: che la volontà di Dio di salvare quelli che crederanno e perseveranno nella fede e l'ubbidienza della fede, è il totale ed intero decreto dell'elezione alla salvezza e che null'altro è rivelato nella parola di Dio circa questo decreto.

In effetti, essi imbrogliano la gente semplice e si oppongono evidentemente alla Santa Scrittura che testimonia non solo che Dio vuol salvare quelli ce crederanno ma anche che; in ogni eternità, ha scelto alcune persone a cui, a tempo debito, dare piuttosto che ad altri la fede in Gesù Cristo e la perseveranza come sta scritto: Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu m'hai dati" (Giovanni 17:6), e ancora: "E tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero" (Atti 13:48), e poi: "Ci ha eletti prima della fondazione del mondo affinché fossimo santi" (Efesini 1:4).

II.

Chi insegna: che l'elezione di Dio alla vita eterna è di varie specie: una generale ed indefinita, l'altra particolare e definita; che questa elezione è dunque o incompleta, revocabile, non perentoria ma condizionale, oppure è completa, irrevocabile, perentoria o assoluta. Inoltre che una è l'elezione alla fede, l'altra l'elezione alla salvezza, in modo che l'elezione alla fede che giustifica può esistere senza l'elezione perentoria alla salvezza. Tutto questo è pura invenzione della mente umana, creatasi al di fuori delle Scritture e che corrompe la dottrina dell'elezione e spezza la catena d'oro della nostra salvezza: "Quelli che Egli ha preconosciuti, li ha pure predestinati e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati, e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati". (Romani 8:30).

III.

Chi insegna: che la volontà e il proposito di Dio, di cui le Scritture parlano nella dottrina dell'elezione, non consiste in ciò che Dio abbia scelto alcune persone invece di altre, ma in ciò che, fra tutte le condizioni possibili (fra le quali pure le opere della legge) o il valore di tutte le cose, Dio abbia scelto l'atto di fede, anche se vile in sé, e l'ubbidienza imperfetta della fede come condizione di salvezza e che è per grazia ch'Egli ha voluto considerarlo come ubbidienza perfetta e giudicarlo degno di essere ricompensato con la vita eterna.

Poiché mediante quest'errore dannoso, il volere di Dio e il merito di Gesù Cristo sono distrutti, gli uomini sono sviati dalle domande inutili sulla verità della giustificazione gratuita e sulla semplicità delle Scritture; e questa dichiarazione dell'apostolo è accusata di falso: "Dio ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non secondo le nostre opere, ma secondo il proprio proponimento e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù avanti i secoli" (2 Timoteo 1:9).

IV.

Chi insegna: che nell'elezione alla fede, vi è prima richiesta questa condizione: che l'uomo usi rettamente la luce naturale, che sia uomo dabbene, umile e disposto alla vita eterna, come se in qualche modo, l'elezione dipendesse da queste cose.

Perché questo si avvicina all'opinione di Pelagio e condanna apertamente come falso l'apostolo quando dice: "Noi tutti pure, immersi nelle nostre concupiscenze carnali, siamo vissuti altra volta ubbidendo alle voglie della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figliuoli d'ira, come gli altri. ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore del quale ci ha amati, anche quando eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (egli è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Gesù Cristo, per mostrare nelle età a venire l'immensa ricchezza della sua grazia, nella benignità ch'Egli ha avuta per noi in Cristo Gesù. Poiché gli è per grazia che voi siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d'opere affinché niuno si glorii" (Efesini 2:3-8).

V.

Chi insegna: che l'elezione incompleta e non perentoria delle persone alla salvezza è stata fatta prevedendo la fede, la conversione, la santità e la pietà iniziate o mantenute per un certo periodo. Ma che l'elezione completa e perentoria è stata fatta prevedendo la perseveranza finale della fede, della conversione, della santità e della pietà. E che in ciò si trova la dignità gratuita ed evangelica, per la quale chi è scelto è maggiormente degno di chi non è eletto, cosicché la fede, l'ubbidienza della fede, la santità e la pietà, la perseveranza non sono i frutti o gli effetti dell'elezione immutabile alla gloria, ma le condizioni e le cause senza le quali l'elezione non potrebbe farsi; e che queste condizioni o cause sono preventivamente richieste o previste, come se fossero già compiute in quelli che dovranno essere completamente eletti.

Ciò contraddice tutte le Scritture, che in vari posti, inculcano ai nostri orecchi e ai nostri cuori delle affermazioni tali a questa od altre simili: "Tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero" (Atti 13:48), e poi: "In Lui ci ha eletti affinché fossimo santi" (Efesini 1:4); "No siete voi che avete scelto me ma son io che ho scelto voi" (Giovanni 15:16); "Ma se è per grazia, non è più per opere" (Romani 11:6); "In questo è l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che Egli ha amato noi" (1 Giovanni 4:10).

VI.

Chi insegna: che ogni elezione alla salvezza non è immutabile, ma che alcuni eletti, nonostante qualsiasi altro decreto di dio possono perire e perire eternamente.

Con questo grossolano errore, fanno Dio mutevole e rovesciano la consolazione dei fedeli circa la fermezza della loro elezione: essi contraddicono le Sante Scritture che insegnano: che gli eletti non possono essere sedotti (Matteo 24:24); che Cristo non perde quelli che gli sono stati dati dal Padre (Giovanni 6:39); che quelli che Dio ha predestinati, chiamati, giustificati, li ha pure glorificati (Romani 8:29).

VII.

Chi insegna: che durante questa vita, non si trae dall'elezione immutabile alla gloria, nessun frutto, nessun sentimento, nessuna certezza se non quelli che si possono avere da una condizione mutevole e contingente. È in effetti cosa assurda concepire una certezza che possa essere incerta. Ciò si oppone all'esperienza dei santi che, con l'apostolo, si sentono felici al sentimento della loro elezione e celebrano questo beneficio di Dio, e che con i discepoli, si rallegrano secondo l'ammonizione di Gesù Cristo "di ciò che i loro nomi sono scritti nei cieli" (Luca 10:20). Insomma, che oppongono il sentimento dell'elezione ai dardi infiammati delle tentazioni del Diavolo, chiedendo: "chi accuserà gli eletti di Dio?" (Romani 8:33).

VIII.

Chi insegna: che dio di sua sola e giusta volontà, non ha deciso di lasciare alcun uomo nel peccato di Adamo e nello stato comune del peccato o della condanna, oppure di trascurare l'uomo nella comunicazione della grazia necessaria alla fede e alla conversione. Poiché sta scritto: "Egli fa misericordia a chi vuole e indura chi vuole" (Romani 9:18). E ancora: "Io ti rendo lode o Padre, Signore del cielo e della terra perché hai nascoste queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli. Sì, Padre, perché così t'è piaciuto". (Matteo 11:25, 26).

IX.

Chi insegna: che la causa per la quale Dio invia il Vangelo ad una nazione piuttosto che ad un'altra non è il solo unico volere di dio, ma perché una nazione è migliore e maggiormente degna di quelle a cui non è comunicato il vangelo. Perché Mosè contraddice questo, parlando in questo modo del popolo d'Israele: "Ecco, all'Eterno, al tuo dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e tutto quanto essa contiene; ma soltanto nei tuoi padri l'Eterno pose affezione e li amò; e dopo loro, fra tutti i popoli, scelse la loro progenie, cioè voi, come oggi si vede". (Deuteronomio 10:14, 15). E Gesù Cristo stesso: "Guai a te, Corazim! Guai a te, Betsaida! Perché se in Tiro e Sidone fossero state fatte le opere potenti compiute fra voi, già da gran tempo si sarebbero pentite, con cilicio e cenere". (Matteo 11:21).
 

Secondo Punto di Dottrina:

MORTE DI GESÙ CRISTO E REDENZIONE DEGLI UOMINI MEDIANTE ESSA

I.

Dio non è solo sovranamente misericordioso, ma anche sovranamente giusto. Ora la sua giustizia richiede, (secondo quanto sta scritto) che i nostri peccati, commessi contro la sua infinita maestà siano puniti non solo con pene temporali, ma anche con pene eterne nel corpo e nell'anima, pene che non possiamo evitare se non vi è soddisfazione per la giustizia di Dio.

II.

Poiché non è nostro potere soddisfare Dio da noi stessi, né liberarci della sua ira, Dio, nella sua immensa misericordia, ci ha dato per garante il suo unico Figlio, che è stato fatto peccato e maledizione sulla croce per noi, al posto nostro, al fine di soddisfare Dio per noi.

III.

Questa morte del figlio di dio è l'unico e perfettissimo sacrificio e l'unica soddisfazione per i peccati, di un prezzo e di un valore infiniti, che basta ampiamente all'espiazione dei peccati dell'intero mondo.

IV.

Questa morte ha un così grande valore e tanta dignità, in quanto la persona che l'ha sofferta non è solo un vero uomo perfettamente santo, ma anche l'unico Figlio di Dio, di una stessa essenza eterna ed infinita del Padre e dello Spirito santo, come doveva essere il nostro Salvatore; ed anche perché la sua morte è stata coniugata con il sentimento di collera e di maledizione di dio, che avevamo meritati a causa dei nostri peccati.

V.

Dal resto, la promessa del Vangelo è: "affinché chiunque crede in Gesù Cristo crocefisso non perisca ma abbia vita eterna". E questa promessa deve essere indifferentemente annunciata e proposta a tutte le nazioni e a tutte le persone alle quali Dio, secondo il suo volere, manda il Vangelo, e con esso, il comandamento di pentirsi e credere.

VI.

In quanto al fatto che molti di quelli che sono chiamati dall'evangelo non si pentono, né credono in Gesù Cristo, ma periscono nell'infedeltà, ciò non avviene per imperfezione o insufficienza del sacrificio di Gesù Cristo offerto sulla croce, ma per colpa loro.

VII.

Per quanto siano numerosi quelli che credono veramente e che sono liberati e salvati dai peccati e dalla perdizione mediante la morte di Gesù Cristo, essi non godono di questo beneficio se non per la sola grazia di Dio, la quale non è dovuta a nessuno, ma è stata data da ogni eternità in Gesù Cristo.

VIII.

Tale è stato il liberissimo parere, nonché il favorevole volere e l'intenzione di dio Padre, che l'efficacia vivificante e salutare della morte preziosissima di suo Figlio si estendesse a tutti gli eletti, per dare ad essi soli la fede che giustifica e tramite essa, attrarli irresistibilmente alla salvezza. In altro modo, Dio ha voluto che Gesù Cristo, mediante il sangue della croce (con il quale ha confermato la nuova alleanza), riscattasse efficacemente tra ogni popolo, ogni nazione ed ogni lingua, tutti coloro - e solo essi - che da ogni eternità, sono stati eletti alla salvezza e gli sono stati dati dal Padre; che egli desse loro fede, che con la sua morte, come pure tutti gli altri doni dello Spirito santo, fu acquistata per essi; che egli li purificasse con il suo sangue da ogni peccato, sia originale che attuale, commesso sia prima, sia dopo l'aver ricevuto la fede; ch'Egli li conservasse fedelmente fino alla fine, e li facesse infine comparire davanti a lui, gloriosi, senza alcuna macchia né peccato.

IX.

Questo parere, proceduto dall'amore eterno di dio verso gli eletti si è potentemente compiuto sin dall'inizio del mondo fino ai tempi presenti (le porte dell'inferno essendovisi opposte invano) e si compierà anche in futuro: in tal modo gli eletti saranno, a tempo debito, riuniti in un solo popolo, e vi sarà sempre una chiesa di credenti fondata nel sangue di Gesù Cristo. Questa chiesa amerà con costanza il suo Salvatore che per essa, come uno sposo per la sua sposa, ha dato la sua vita sulla croce; persevererà anche nel servirlo e lo celebrerà sia quaggiù che nell'eternità.

 

Rifiuto degli Errori

Dopo aver esposto la dottrina ortodossa, il Sinodo respinge gli errori di:

I.

Chi insegna: che Dio Padre ha destinato suo figlio alla morte della croce senza alcun disegno certo e prefissato di salvare qualcuno in particolare, in modo che la necessità, l'utilità e la dignità di tutto ciò che la morte di Gesù Cristo ci ha acquistato avrebbero potuto essere salve ed essere in ogni parte perfette, complete ed intere, anche se la redenzione così acquistata non fosse mai stata realmente applicata ad alcuna persona particolare.

Questa dottrina è un ingiuria verso la saggezza di Dio Padre e verso il merito di Gesù Cristo, nonché contraria alla Scrittura. Perché così dice il nostro Salvatore: "Metto la mia vita per le mie pecore... e io le conosco" (Giovanni 10:15, 27); ed il profeta Isaia dice del Salvatore: "Dopo aver datola sua vita in sacrificio per la colpa, egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni, e l'opera dell'Eterno prospererà nelle sue mani" (Isaia 53:10). Insomma, questa dottrina capovolge anche l'articolo di fede, mediante il quale crediamo la Chiesa.

II.

Chi insegna: che lo scopo della morte di Gesù Cristo non è stato di ratificare efficacemente con il suo sangue la nuova alleanza di grazia, ma solo di acquistare al Padre il diritto di contrarre di nuovo con gli uomini un'alleanza qualunque: di grazia o di opere.

Questo contraddice le Scritture che insegnano: che Gesù Cristo è stato fatto garante e mediatore di un più eccellente patto (Ebrei 7:22) e ancora: che solo quand'è avvenuta la sua morte, il testamento è valido (Ebrei 9:15,17).

III.

Chi insegna: che Gesù Cristo per sua soddisfazione, non ha dato diritto a nessuno in modo sicuro alla salvezza stessa, né alla fede mediante la quale questa giustificazione di Gesù Cristo fu efficacemente applicata alla salvezza. Ma che Cristo ha solo acquistato a Padre la possibilità, o la libera scelta di trattare nuovamente con gli uomini e di prescrivere loro nuove condizioni, quelle ch'Egli vorrebbe, il cui compimento dipenderebbe dal libero arbitrio dell'uomo, e di conseguenza, che avrebbe potuto succedere o meno.

Quelli che insegnano tali cose giudicano in modo troppo abietto la morte di Gesù Cristo! Non riconoscono in nessun modo il principale frutto o beneficio acquistato da questa morte e richiamano dagli inferi l'errore di Pelagio.

IV.

Chi insegna: che questa nuova alleanza di grazia che Dio Padre ha contratto con gli uomini mediante l'intervento della morte di Gesù Cristo non consiste nell'essere giustificati davanti a Dio e salvati mediante la fede in quanto questa fede si appropria i meriti di Cristo, ma nel fatto che essendo abolita l'esigenza dell'ubbidienza perfetta alla legge, Dio considera la fede stessa e l'ubbidienza imperfetta della fede come perfetta ubbidienza alla legge e per pura grazia, la stima degna di essere remunerata con la vita eterna.

Poiché questi contraddicono le Scritture che insegnano: "essendo giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Gesù Cristo, il quale Iddio ha prestabilito come propiziazione mediante la fede nel sangue d'esso" (Romani 3:24-25). Per di più introducono, insieme al profano Socino, e contro il comune consentimento delle chiese intere, una nuova e strana giustificazione dell'uomo di fronte a Dio.

V.

Chi insegna: che tutti gli uomini sono ricevuti nello stato di riconciliazione e nella grazia dell'alleanza, cosicché nessuno è soggetto alla condanna, né sarà condannato a causa del peccato originale, ma che tutti sono esenti della colpa del suddetto peccato. Poiché questa opinione contraddice la Scritture che afferma: "siamo per natura figliuoli d'ira" (Efesini 2:3).

VI.

Chi usa della distinzione fra l'acquisizione (mediante Gesù Cristo del benefici del suo sacrificio) e della sua applicazione per istillare alla gente semplice e ignorante questa opinione: che Dio, di per sé, ha voluto comunicare a tutti gli uomini ugualmente i benefici acquisiti con la morte di Gesù Cristo. E in quanto al fatto che alcuni sono stati fatti partecipi della vita eterna piuttosto che altri, che questa differenza dipende dal libero arbitrio loro, che si applica alla grazia la quale è indifferentemente offerta a tutti; ma che ciò non dipende dal dono particolare della misericordia di Dio che agisce efficacemente in essi, affinché l'applichino a sé stessi piuttosto che altri.

In effetti, sotto le sembianze di proporre questa distinzione in modo giusto, cercano invece di somministrare al popolo il veleno del pensiero di Pelagio.

VII.

Chi insegna: che Gesù Cristo non ha potuto né dovuto morire, né di conseguenza, è morto per quelli che Dio ha sovranamente amati ed eletti alla vita eterna, col pretesto che quelli non hanno avuto alcun bisogno della morte di Cristo.

Perché contraddicono l'apostolo che dice: "Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Galati 2:20). "Chi accuserà gli eletti di Dio? Iddio è quello che li giustifica. Chi sarà quel che li condanni? Gesù Cristo è quel che è morto" (ovviamente, per essi) (Romani 8:34). Contraddicono anche il nostro Salvatore che dice: "metto la mia vita per le mie pecore (Giovanni 10:15), ed ancora: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande che quello di dar la sua vita per i suoi amici" (Giovanni 15:12-13).
 

Terzo e Quarto Punto di Dottrina:

LA CORRUZIONE DELL'UOMO, LA SUA CONVERSIONE A DIO E LE MODALITÀ DI QUEST'ULTIMA.

I.

L'uomo è stato creato ad immagine di Dio. Nel suo sapere gioiva, della vera e salutare conoscenza del suo Creatore nonché delle cose spirituali, di giustizia nella sua volontà e nel suo cuore, di purezza nei suoi affetti. È stato quindi (creato*) interamente santo. Ma essendosi allontanato da Dio sotto l'influsso del Diavolo e ciò per sua spontanea volontà, si è privato da solo di questi eccellenti doni. Ha invece attirato si di sé, la cecità, le orrendi tenebre, la vanità e la perversità di giudizio nel suo capire, la cattiveria, la ribellione e la durezza nella sua volontà e nel suo cuore, come pure l'impurità in ogni suo affetto. * Manca nel testo italiano???

II.

Com'è stato corrotto l'uomo dopo la sua caduta, così lo sono stati i suoi figli. la corruzione, secondo il giusto parere di Dio, è derivata da Adamo e s'è riversata su tutta la sua posterità ad eccezione di Gesù Cristo, e ciò non per imitazione come sostenevano i seguaci di Pelagio, ma per propagazione della natura corrotta.

III.

Tutti gli uomini sono perciò concepiti nel peccato e nascono figli di collera, incapaci di ogni bene salutare, propensi al male, morti nel peccato e schiavi del peccato. Senza la grazia dello Spirito che rigenera, non vogliono, né possono tornare a Dio, né correggere la loro natura depravata e nemmeno portarvi un miglioramento.

IV.

È vero che dopo la caduta, è sopravvissuta nell'uomo una luce naturale. Grazie ad essa egli conserva una certa conoscenza di Dio e delle cose naturali, discerne tra l'onesto e il disonesto e dimostra di possedere una certa pratica ed una certa ricerca della virtù, nonché una disciplina esterna. Ma non è certo con questa luce naturale che potrà giungere alla conoscenza salutare di dio e convertirsi a Lui, poiché non usa neanche rettamente le cose naturali e civili, e tenta in vari modi, anzi, di spegnere questa luce e di mantenerla nell'ingiustizia, essendo così senza scuse davanti a Dio.

V.

Lo stesso dicasi del decalogo che Dio diede in particolare agli Ebrei. In effetti, esso manifesta l'importanza del peccato e ne rende l'uomo maggiormente convinto. Ma non dà nessun mezzo, né trasmette alcuna forza per uscire da quella miseria. Il decalogo quindi essendo indebolito dalla carne, lascia il trasgressore sotto la maledizione e di conseguenza è impossibile all'uomo ottenere la grazia salutare per il suo tramite.

VI.

Ciò che non possono quindi fare né la luce naturale né la Legge, Dio lo fa per virtù dello Spirito Santo, per mezzo della Parola o del ministerio della riconciliazione, cioè del Vangelo concernente il Messia con il quale è piaciuto a Dio salvare i credenti sia sotto il vecchio testamento che sotto il Nuovo.

VII.

Il segreto della sua volontà, Iddio lo ha rivelato ad un numero esiguo di persone sotto il Vecchio testamento, ma sotto il Nuovo (da quando ogni discriminazione fra i popoli è stato abolita), lo rivela a un numero di persone molto maggiore, La causa di questa dispensazione non può essere attribuita al fatto che una nazione sarebbe maggiormente degna di un'altra, o perché userebbe meglio di un'altra quella luce naturale che possiede, ma al libero volere di dio, che è sovranamente libero, ed al suo amore gratuito. ecco perché quelli ai quali è concessa una grazia così grande, a prescindere da qualsiasi merito, devono riconoscerlo con cuore umile e con azioni di grazia. Ma gli altri, a cui questa grazia non è fatta, devono con l'apostolo adorare la severità e la giustizia di dio, senza esaminarla con curiosità.

VIII.

Per quanto numerosi siano quelli chiamati dal vangelo, essi sono chiamati seriamente. Perché Dio mostra seriamente e veramente con la sua Parola ciò che Egli gradisce: cioè che quelli chiamati vengano a Lui. Promette anche seriamente a tutti coloro i quali vengono e credono, il riposo dell'anima e la vita eterna.

IX.

Se molti di quelli che sono chiamati dal vangelo non vengono a Dio, né si convertono, la colpa non è né del Vangelo, né di Gesù Cristo, neppure di Dio che, tramite il Vangelo li chiama e conferisce anzi loro diversi doni; ma risiede in coloro stessi che sono chiamati.

Fra di essi, alcuni per noncuranza non ricevono la parola di vita; altri la ricevono ma non nel profondo del cuore e per questo, dopo la gioia momentanea di una fede temporale, si ritraggono; altri ancora, con le spine delle sollecitudini e delle voluttà di questo mondo, soffocano la semenza della parola e non portano frutto come ce l'insegna il nostro salvatore nella parabola del seminatore (Matteo 13).

X.

Il fatto che altri chiamati dal ministerio dell'Evangelo vengano a Dio e siano convertiti, non dev'essere attribuito all'uomo, come se con il suo libero arbitrio si distinguesse dagli altri che come lui hanno ricevuto una grazia simile e sufficiente per credere e convertirsi (ciò che sostiene l'eresia dell'orgoglio di Pelagio). Deve invece essere attribuito a dio che, dal fatto che ha eletto i suoi da ogni eternità in Cristo, li chiama anche con efficacia e in tempo opportuno, dà loro fede e pentimento e avendoli liberati dalla potenza delle tenebre, li porta nel Regno del suo Figlio, affinché annuncino le virtù di Colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce, e che non si glorificano in sé stessi, ma nel Signore, come la Scrittura apostolica testimonia in molti passi.

XI.

Per il più, quando Dio mette in opere il suo volere negli eletti, o quando li converte, non solo vigila perché il Vangelo sia loro predicato esternamente e illumina potentemente il loro intendimento mediante lo Spirito Santo affinché capiscano e discernino rettamente le cose che sono dello Spirito di Dio, ma con l'efficacia di questo stesso Spirito di rigenerazione, penetra fino all'essenza dell'uomo, apre il cuore chiuso, ammorbidisce quello che è duro, lo circoncide, introduce nuove qualità nella volontà e fa che questa volontà da morta diventi vivente, da cattiva buona, da schiava libera, da ostinata ubbidiente. Ed egli lavora in questa volontà, la fortifica affinché come un buon albero, possa produrre buoni frutti.

XII.

È questa la rigenerazione tanto celebrata nelle Scritture, questo rinnovamento, questa nuova creazione, questo innalzarsi dai morti, questa vivificazione che Dio opera in noi e senza di noi. Ciò non si compie certo con l'ascolto solo della dottrina, o con la persuasione morale, o per qualsiasi altro modo di operare quali i ragionamenti persuasivi in modo che dopo la parte di Dio rimarrebbe ancora all'uomo il potere di essere rigenerato o meno, convertito o meno. Si tratta invece di un'operazione interamente sovrannaturale, potentissima quanto dolce e ammirevole, segreta ed ineffabile. Secondo le scritture che sono ispirate dall'autore stesso di questa operazione, quest'ultima, quanto ad efficacia non è in nulla inferiore alla creazione, o alla risurrezione dai morti, in modo che tutti quelli in cui cuori Dio agisce in questo meraviglioso modo, sono sicuramente, infallibilmente ed efficacemente rigenerati e credono effettivamente. Da allora, la volontà già rinnovata non è solo spinta e mossa da Dio, ma essendo sotto l'azione di dio, agisce anch'essa. Ecco perché si può benissimo dire che è l'uomo che crede e si pente per mezzo della grazia ricevuta.

XIII.

Durante questa vita terrestre, i fedeli non possono capire appieno il modo di questa operazione. Godono tuttavia del riposo perché sanno e sentono che mediante questa grazia di Dio, essi credono con tutto il cuore ed amano il loro Salvatore.

XIV.

La fede è dunque un dono di Dio, non perché è offerta da dio al libero arbitrio dell'uomo, ma perché è veramente conferita, ispirata e infusa nell'uomo. Ed ancora, non perché Dio darebbe solo la potenza di credere, e che aspetterebbe poi che la volontà dell'uomo vi acconsenta o creda di fatto, ma perché egli stesso che opera sia nel volere, che nel fare - meglio ancora: che opera tutto in tutti - produce nell'uomo sia la volontà di credere, che la fede stessa.

XV.

Dio non deve questa grazia a nessuno. Perché cosa dovrebbe a colui che non ha nulla da dare per primo, affinché glielo restituisca? E che cosa dovrebbe Egli a colui che da sé stesso, altro non ha che peccato e menzogna? Colui che riceve questa grazia deve dunque eternamente renderne grazia a dio ed è proprio ciò che fa. Colui che non la riceve, o non si cura affatto delle cose spirituali, e si compiace in quel che è suo oppure, essendo senza intelletto, so glorifica invano di avere ciò che non ha. Quanto a quelli che esteriormente fanno professione di fede cristiana e si pentono della loro vita, bisogna parlarne solo bene e così giudicarne, secondo l'esempio degli apostoli, perché la parte più intima del cuore ci è sconosciuta. In compenso, per quelli che ancora non sono stati chiamati, bisogno pregare Dio che chiama le cose che non sono come se fossero, e non bisogna insuperbirsi di fronte ad essi, come se noi ci fossimo distinti per noi stessi.

XVI.

Allo stesso modo in cui l'uomo dopo la caduta è sempre rimasto dotato di intelletto e volontà, e che il peccato che si è sparso su tutto il genere umano non ha abolito la natura stessa del genere umano ma l'ha depravata e uccisa spiritualmente, così questa grazia divina di rigenerazione non agisce negli uomini come nei tronchi, o nei tappi di legno: non annienta neppure la volontà né le sue proprietà, non la forza né la costringe contro il suo volere. La vivifica spiritualmente, la guarisce, la corregge e la modella con dolcezza e potenza affinché laddove dominavano prima ribellione e resistenza della carne, cominci a regnare ora pronta e sincera l'ubbidienza dello spirito, in cui consistono il vero ristabilimento spirituale, nonché la libertà della nostra volontà. Ecco perché, se questo ammirevole artefice di ogni bene non agisse in tal modo verso di noi, non rimarrebbe all'uomo alcuna speranza di rialzarsi dalla sua caduta per mezzo del libero arbitrio che lo fece precipitare nella perdizione mentre era ancora in piedi.

XVII.

Come quella potentissima operazione di Dio mediante la quale egli produce e sostiene la nostra propria vita naturale non esclude, ma richiede l'uso di mezzi con i quali Dio nella sua saggezza e bontà infinite ha voluto spiegare la propria potenza; così l'operazione sovrannaturale di Dio, con la quale egli ci rigenera, non esclude né rovescia in alcun modo l'uso del Vangelo che questo savissimo Dio ha ordinato per essere seme di rigenerazione, e nutrimento dell'anima nostra. Come gli apostoli e i dottori che li hanno seguiti, hanno con pietà insegnato al popolo questa grazia di Dio, cioè la sua gloria e l'abbassare ogni orgoglio umano, senza tuttavia trascurare il mantenimento del popolo nella pratica della Parola, dei sacramenti e della disciplina, mediante le sante ammonizioni del Vangelo, così non avvenga mai che quelli che insegnano o imparano nella chiesa presumino di tentare Dio, separando le cose che Dio, secondo il suo volere, ha voluto unire. Perché la grazia è conferita dalle esortazioni e dunque più prontamente facciamo il nostro dovere, più è manifestato il beneficio di Dio che lavora in noi, e più la sua opera è allora eccellente. Ed è a questo dio e solo a lui che è dovuta nei secoli dei secoli, tutta la gloria, quella dei mezzi e quella dei loro frutti e della loro efficacia salutare. Amen.

Rifiuto degli Errori

Dopo aver esposta la dottrina ortodossa, il Sinodo respinge gli errori di:

I.

Chi insegna: che non si può proprio dire che il peccato originale basta da solo a condannare tutto il genere umano, né a meritare pene temporali ed eterne.

Così si contraddice l'apostolo che afferma: "Per mezzo d'un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato, v'è entrata la morte, e in questo modo la morte è passata su tutti gli uomini perché tutti hanno peccato... Poiché il giudizio da un unico fallo ha fatto capo alla condanna" (Romani 5:12,16) ed ancora: "Il salario del peccato è la morte" (Romani 6:23).

II.

Chi insegna: che i doni spirituali o le buone abitudini o virtù come la bontà, la santità, la giustizia non hanno potuto esistere nella volontà dell'uomo subito dopo la creazione e che di conseguenza, non ne ha potuto essere separato dalla caduta.

Poiché questo contraddice la descrizione dell'immagine di Dio che l'apostolo offre in Efesini 4:24 dove viene associata alla giustizia e alla santità, virtù che senza alcun dubbio hanno la loro sede nella volontà.

III.

Chi insegna: che i doni spirituali, malgrado la morte spirituale, non sono distaccati dalla volontà dell'uomo, poiché essa non fu mai corrotta in sé, ma solo impedita dalle tenebre dell'intendimento e dallo sregolamento degli affetti, e che, tolti questi impedimenti, la volontà può spandere la libertà che gli è naturale, può cioè da se stessa, o volere e scegliere, o non volere e non scegliere ciò che gli viene offerto.

Questo è infatti nuovo ed errato e tende solo ad esaltare le forze del libero arbitrio contro le affermazioni del profeta Geremia 17:9: "Il cuore è ingannevole più d'ogni altra cosa, e insanabilmente maligno"; e quelle dell'apostolo: "eravamo per natura figlioli d'ira ubbidendo alle voglie della carne e dei pensieri" (Efesini 2:3).

IV.

Chi insegna: che l'uomo non rigenerato non è totalmente immerso nel peccato, o destituito da tutte le forze del bene spirituale, ma che può aver fame e sete di giustizia e di vita, ed offrire a Dio il sacrificio di uno spirito contrito e rotto che sia a Lui piacevole.

Perché queste cose si oppongono alle testimonianze manifeste della Scrittura: "Voi eravate morti nei vostri falli e nei vostri peccati" (Efesini 2:1,5) e "i disegni del cuor dell'uomo sono malvagi sin dalla sua fanciulezza" (Genesi 6:4; 8:21). Inoltre, aver fame e sete di vita ed essere liberati dalla propria miseria, offrire a dio il sacrificio di una spirito contrito è proprio di quelli che sono rigenerati (Salmi 51:19) e di quelli che sono chiamati beati (Matteo 5:6).

V.

Chi insegna: che l'uomo corrotto e carnale può benissimo servirsi della grazia comune (quella che sarebbe secondo loro la luce naturale) o dei doni che gli sono rimasti dopo la caduta; che, con questo buon uso, può pian piano e a gradi ottenere una maggiore grazia, cioè la grazia evangelica o salutare o addirittura, la salvezza; e che mediante questo mezzo, Dio per conto suo si mostra pronto a rivelare Gesù Cristo a tutti, dato che conferisce a tutti sufficiente efficacia dei mezzi necessari alla rivelazione di Gesù Cristo, alla fede e al pentimento.

Che questo sia falso, oltre all'esperienza di tutti i tempi, la Scrittura ne testimonia: "Egli fa conoscere la sua parola a Giacobbe, i suoi statuti e i suoi decreti a Israele. Egli non ha fatto così con tutte le nazioni, e i suoi decreti, esse non le conoscono" (Salmo 147:19,20); "nelle età passate Dio ha lasciato camminare nelle loro vie tutte le nazioni" (Atti 14:16). "Lo Spirito Santo vietò loro (cioè a Paolo e ai suoi compagni) d'annunziare la Parola in Asia: e giunti sui confini della Misia, tentarono d'andare in Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro" (Atti 16:6,7).

VI.

Chi insegna: che nella vera conversione dell'uomo, non è possibile che Dio introduca delle qualità, delle abitudini e dei doni nuovi nella sua volontà; e che la fede mediante la quale siamo in primo luogo convertiti e dalla quale riceviamo il nome di fedeli non è una qualità, né un dono infuso da Dio, ma un semplice atto dell'uomo, e che questa fede non può essere chiamata un dono se non in rapporto con il potere che l'uomo ha di giungervi.

Perché queste cose contraddicono le sacre Scritture che testimoniano che Dio spande nei nostri cuori nuove qualità di fede ed ubbidienza e il sentimento del suo amore: "Io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore" (Geremia 31:33). "Io spanderò delle acque sul suolo assettato, spanderò il mio spirito sulla tua progenie" (Isaia 44:3); "L'amor di Dio è stato sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato" (Romani 5:5). Tali cose sono anche inconciliabili con la pratica continua della chiesa e con il profeta che prega così: "Convertimi e io mi convertirò, giacché tu sei l'Eterno" (Geremia 31:18).

VII.

Chi insegna: che la grazia mediante la quale siamo convertiti a Dio non è altro che una dolce persuasione, oppure come lo dicono altri, che il modo più nobile di agire nella conversione dell'uomo e il più adeguato alla natura umana, è quello che si fa con la persuasione. E che nulla impedisce alla grazia (che essi chiamano morale) di rendere spirituale l'uomo carnale. Anzi, che Dio non ottiene diversamente il consenso della nostra volontà, se non con questa specie di persuasione e che l'efficacia dell'operazione divina consiste proprio in ciò. Mediante essa Dio vince l'opera di Satana, perché mentre Dio promette beni eterni, satana promette solo beni temporali.

Tutto ciò è precisamente pelagiano e contrario a tutta la Scrittura che, oltre a questo modo di operare la conversione dell'uomo, ne riconosce un altro, quella molto più efficace dello Spirito santo, come è scritto in Ezechiele 36:27: "E vi darò un cuor nuovo, e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; torrò dalla vostra carne il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne", ecc...

VIII.

Chi insegna: che nella rigenerazione dell'uomo, Dio non usa le forze della sua potenza per piegare efficacemente e senza fallo la volontà dell'uomo al credere e alla conversione, ma malgrado tutte le operazioni della grazia usate da dio per convertire l'uomo quest'ultimo può resistere a Dio e allo Spirito Santo, anche se Dio si proponesse di rigenerarlo e lo volesse. Si dice inoltre che l'uomo resiste spesso a tal punto da impedire la propria rigenerazione, o ancora che appartiene all'uomo l'essere rigenerato o meno.

Tutto ciò è togliere a Dio tutta l'efficacia della sua grazia nella nostra conversione e assoggettare l'azione di dio onnipotente alla volontà dell'uomo. Ciò è contrario a quel che insegnano gli apostoli: che noi crediamo "secondo la potente efficacia della sua forza" (Efesini 1:19) e "che Dio compie con potenza ogni buon desiderio e l'opera della fede" (2 Tessalonicesi 1:11); ed ancora "Che la sia potenza divina ci ha donate tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà" (2 Pietro 1:3).

IX.

Chi insegna: che la grazia e il libero arbitrio sono cause parziali, nonché concorrenti all'inizio della conversione, e che la grazia non causa né precede l'operazione o il movimento dell'uomo. Che Dio cioè non aiuta efficacemente la volontà dell'uomo a convertirsi prima che la volontà stessa si sia mossa e determinata da sola.

Il realtà la chiesa antica ha da tempo condannato questa dottrina dei pelagiani con queste affermazioni dell'apostolo: "Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia" (Romani 9:16). "Che ti distingue dagli altri? E che hai tu che non l'abbia ricevuto?" (1 Corinzi 4:7), ed ancora: "È Dio quel che opera in voi il volere e l'operare, per la sua benevolenza" (Filippesi 2:13).
 

 

Quinto Punto di Dottrina:

LA PERSEVERANZA DEI SANTI

I.

Quelli che Dio chiama secondo il suo immutabile disegno alla comunione di suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, e rigenera con il suo Santo Spirito, egli li libera veramente dalla dominazione e dalla servitù del peccato durante questa vita, ma non totalmente dalla carne e da questo corpo di peccato.

II.

Da ciò vediamo ogni giorno tanti peccati dovuti alla nostra debolezza, e le migliori opere dei santi non sono mai senza colpe, ciò dà loro continuamente l'occasione di umiliarsi davanti a Dio, di ricorrere al Cristo crocefisso, di mortificare sempre più la loro carne con lo spirito di preghiera, e con santi esercizi di pietà, e di sospirare, aspirando alla meta che è la perfezione, fino a che, liberati da questo corpo di peccato, essi regneranno in cielo con l'Agnello di Dio.

III.

A causa di quel che rimane del peccato in noi e delle tentazioni del mondo e di satana, quelli che sono convertiti non potrebbero resistere in questo stato di grazia se fossero lasciati alle loro sole forze. Ma Dio è fedele, li conferma misericordiosamente nella grazia che ha conferito loro una volta e li conserva con potenza sino alla fine.

IV.

Nonostante la potenza di dio che fortifica e conserva i veri fedeli nella grazia sia troppo grande per essere vinta dalla carne, quelli che sono convertiti non sono tuttavia sempre spinti e guidati da Dio, in tal modo che non possano, per colpa propria, in qualche azione particolare, sviarsi da questa grazia o lasciarsi sedurre dalla concupiscenza della carne al punto di ubbidirle. Perciò bisogna che siano sempre vigili e che preghino per non essere indotti in tentazione.

Se non lo fanno, non solo possono essere trascinati dalla carne, dal mondo e da Satana a commettere peccati gravissimi ed orrendi, ma vi sono anche trascinati con il giusto permesso di Dio, ciò è dimostrato abbastanza chiaramente dalle tristi cadute di Davide, di Pietro e di altri santi personaggi citati nella Scrittura.

V.

Con tali peccati, essi offendono gravemente Dio, si rendono colpevoli di morte e contristano lo Spirito Santo, interrompono il corso normale della fede, feriscono gravemente la loro coscienza, e a volte capita che, perdano temporaneamente il senso della grazia, fino a che la faccia di Dio Padre li rischiari nuovamente, quando, con sincero pentimento, tornano nella retta via.

VI.

Poiché Dio che è ricco di misericordia, secondo il disegno immutabile dell'elezione, non toglie mai interamente dai suoi il suo santo Spirito, neanche nelle loro tristi cadute, e non permette che cadino al punto di perdere la grazia dell'adozione e lo stato di giustificazione, o che commettano il peccato che porta alla morte, cioè contro lo Spirito Santo, né che, essendo totalmente abbandonati da Lui, essi si gettino nell'eterna perdizione.

VII.

In queste cadute Dio conserva in essi il seme immortale ch'Egli stesso vi ha piantato e mediante il quale essi sono rigenerati, affinché questo seme non si disperda, né sia interamente respinto. Inoltre, li rinnova veramente ed efficacemente con la sua Parola e con il suo Spirito, affinché si pentano e il loro cuore sia contristato, secondo il Signore, per i loro peccati; affinché da un cuore contrito e rotto, desiderino, ed ottengano per mezzo della fede la remissione nel sangue del Mediatore. Così sentiranno di nuovo la grazia di Dio riconciliati con essi, adoreranno le sue compassioni e la sua fedeltà, e lavoreranno oramai più alacremente(1) alla loro salvezza con timore e riverenza.

(1) alacramente = volonterosi, svelti all'operare.

VIII.

Non è quindi né per i loro meriti, né per le loro forze, ma per la misericordia gratuita di dio che non perderanno totalmente la fede e la grazia e non rimarranno nei loro errori, ciò non solo potrebbe capitare con facilità, ma capiterebbe senz'altro. Quanto a Dio, questo non può accadere mai, poiché il suo parere non può cambiare, né può la sua promessa svanire, né la vocazione secondo il suo fermo proposito essere revocata, e neppure il merito, l'intercessione e la protezione di Gesù Cristo essere annientati, come il sigillo dello Spirito santo non può essere né reso vano, né abolito.

IX.

Quanto alla protezione degli eletti in vista della loro salvezza e alla perseveranza dei veri fedeli nella fede, i fedeli stessi possono essere sicuri, e lo, sono, secondo la misura della loro fede, mediante la quale credono con certezza che sono e rimarranno sempre membri veri e vivi della Chiesa, e che hanno la remissione di tutti i loro peccati e la vita eterna.

X.

Questa certezza non proviene tuttavia da una particolare rivelazione al di fuori o accanto alla Parola di Dio. Essa procede prima di tutto dalla fede nelle promesse di dio che sono ampiamente rivelate nella sua Parola per nostra consolazione, poi dalla testimonianza dello Spirito Santo che attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio e suoi eredi (Romani 8:16,17); infine, da una seria e santa ricerca di una buona coscienza non ché di opere buone. Se gli eletti di dio fossero privati di questa ferma consolazione della vittoria, e della caparra della gloria eterna, sarebbero i più miserabili fra tutti gli uomini.

XI.

La Scrittura attesta però che i fedeli devono combattere in questa vita contro diversi dubbi della carne, e che quando devono subire serie tentazioni, non sentono sempre questa piena consolazione della fede, né la certezza della perseveranza. Ma dio, che è il Padre di ogni consolazione, non permette che siano tentati al di là delle loro forze, ma dà loro, assieme alla tentazione, la possibilità di resistervi (1 Corinzi 10:13). E con lo Spirito santo, riaccende nuovamente in loro la certezza della perseveranza.

XII.

La certezza della perseveranza, lungi dal rendere orgogliosi i fedeli veri, e dal tuffarli in una sicurezza carnale, è al contrario, la vera radice dell'umiltà, del rispetto filiale e della vera pietà, della pazienza in tutte le prove, di preghiere ferventi, della costanza sotto la croce e sotto la confessione della verità e di una solida gioia in Dio. Las considerazione di questo beneficio è per loro uno stimolo alla pratica seria e continua della riconoscenza e delle buone opere, come ce lo mostrano le testimonianza delle Scritture e gli esempi dei santi.

XIII.

Perciò quando la fiducia della perseveranza comincia a rivivere in quelli che sono rialzati dalla loro caduta, ciò non genera in essi né libertà eccessiva, né trascuratezza nella loro pietà, ma una maggiore cura per costudire attentamente le vie del Signore, che sono per essi preparate, affinché vi camminino conservando la certezza della loro perseveranza. Se abusassero della bontà paterna di dio, la sua faccia favorevole (la cui contemplazione è per i fedeli più dolce della vita, e la privazione più amara della morte) si allontanerebbe di nuovo da loro ed essi cadrebbero allora nei più grandi tormenti dell'anima.

XIV.

Come è piaciuto a Dio iniziare in noi la sua opera di grazia con la predicazione del vangelo, così la conserva, la prosegue e la compie con l'udire, con la lettura, con le esortazioni, con le minacce ed anche con le promesse di questo stesso Vangelo, come pure con l'uso dei sacramenti.

XV.

Questa dottrina della perseveranza dei veri credenti e della certezza che si può avere, è abbondantemente rivelata da dio nella sua Parola e impressa nel cuore dei fedeli da lui stesso alla gloria del suo nome e per la consolazione delle anime pie. È tale che la carne è incapace di comprenderla, Satana la odia, il mondo ne ride, gli ignoranti e gli ipocriti ne abusano e gli spiriti dell'errore la combattono. ma la sposa di Cristo l'ha sempre profondamente amata e l'ha costantemente mantenuta come un tesoro di valore inestimabile. Che Dio le conceda dunque di continuare a farlo, contro lui nessuna sapienza ha potere, nessuna forza può prevalere. A questo Dio unico, Padre, Figlio e Spirito Santo, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

Rifiuto Degli Errori

Dopo aver esposto la dottrina ortodossa, il Sinodo respinge gli errori di:

I.

Chi insegna: che la perseveranza dei veri fedeli non è un effetto dell'elezione, o un dono di Dio acquisiti con la morte di Gesù Cristo, ma una condizione della nuova alleanza che l'uomo, prima della sua elezione e della sua giustificazione deve compiere di sua spontanea volontà.

Perché la Scrittura Santa attesta che proviene dall'elezione, e che è data agli eletti in virtù della morte, della risurrezione e dell'intercessione di Gesù Cristo: "Il residuo eletto l'ha ricevuto e gli altri sono stati indurati" (Romani 11:7). Ed anche: "Colui che non ha risparmiato il suo proprio figliuolo, ma l'ha dato per tutti noi, come non ci donerà egli anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Iddio è quel che li giustifica. Chi sarà quel che li condanni? Cristo Gesù è quel che è morto; e più che questo, è risuscitato; ed è alla destra di Dio che intercede per noi. Chi ci separerà dall'amore di Cristo?" (Romani 8:32-35).

II.

Chi insegna: che Dio provvede sicuramente all'uomo fedele forze sufficienti per perseverare, e che è pronto a conservarle in lui se fa il suo dovere. Tuttavia, malgrado siano stabilite tutte le cose necessarie per perseverare e Dio voglia impiegarle per conservare la fede, dipende sempre dalla libertà della volontà dell'uomo di perseverare o meno.

Poiché questa opinione contiene un pelagianesimo ovvio: volendo rendere gli uomini liberi, li fa sacrileghi contro il sentimento unanime e generale della dottrina del vangelo che toglie all'uomo ogni soggetto per gloriarsi e attribuisce alla sola grazia divina la lode per un simile beneficio. Inoltre, contraddice la testimonianza dell'apostolo che dice: "Il quale anche vi confermerà sino alla fine onde siate irreprensibili nel giorno del nostro Signor Gesù Cristo." (1 Corinzi 1:9).

III.

Chi insegna: che i veri credenti ed i nati di nuovo possono non solo interamente decadere dalla fede che giustifica, come dalla grazia e dalla salvezza, ma ancora che ne decadono spesso e periscono eternamente.

Perché questa opinione annienta non solo la grazia della giustificazione e della rigenerazione, ma anche la protezione perpetua di Gesù Cristo, e ciò mentre le parole dell'apostolo Paolo dicono: "Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più ora, essendo giustificati dal suo sangue, sarem per mezzo di lui salvati dall'ira" (Romani 5:8-10) e quelle di Giovanni: "Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché il seme d'esso dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio" (1 Giovanni 3:9). Questa opinione contraddice altrettanto le parole di Gesù Cristo: "E io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti, e nessuno può rapirle di mano al Padre" (Giovanni 10:28,29).

IV:

Chi insegna: che i veri fedeli ed i rigenerati possono commettere il peccato che porta alla morte, cioè il peccato contro lo Spirito Santo.

In effetti, l'apostolo Giovanni, al capitolo 5 della sua prima lettera, dopo aver citato nei versetti 16 e 17, quelli che commettono un peccato che porta alla morte, ed aver vietato di pregare per essi, aggiunge nel versetto 18: "Noi sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca (cioè non commette questo peccato), ma colui che nacque da dio, lo preserva e il maligno non lo tocca".

V.

Chi insegna: che in questa vita non si può aver alcun certezza della perseveranza futura, senza una speciale rivelazione.

Con questa dottrina, i fedeli sono infatti privati della più solida consolazione che è data loro in questa vita, e si introducono di nuovo la sfiducia e le opinioni incerte della chiesa romana. Mentre la Sacra Scrittura trae ovunque questa certezza, non da una rivelazione speciale o straordinaria, ma dai segni propri ai figli di Dio, nonché dalla fermezza immutabile delle promesse di Dio. L'apostolo Paolo in particolare dice: "Alcuna creatura potrà separarci dall'amore di Dio, che è in Gesù Cristo nostro Salvatore" (Romani 8:39), e l'apostolo Giovanni: "Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Lui, ed Egli in esso. E da questo conosciamo ch'Egli dimora in noi: dallo Spirito ch'Egli ci ha dato" (1 Giovanni 3:24).

VI:

Chi insegna: che la dottrina concernente la certezza della perseveranza e della salvezza è, di per sé e per la sua stessa natura, il cuscino della carne; che è nociva alla pietà, ai costumi e alla morale, alle preghiere e a qualsiasi altro santo esercizio, ma che è invece cosa lodevole dubitarne.

Queste persone dimostrano così che ignorano l'efficacia della grazia divina e dell'operazione dello Spirito Santo che dimora negli eletti. Contraddicono anche l'apostolo Giovanni che afferma appositamente il contrario: "Diletti, ora siam figliuoli di Dio e non è ancora reso manifesto quel che saremo. sappiamo che quand'egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com'egli è. E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com'esso è puro. (1 Giovanni 3:2,3).

Tali affermazioni sono anche confutate dagli esempi dei santi, sia nel Vecchio testamento che nel Nuovo, i quali, benché assicurati della loro perseveranza e della loro salvezza, non hanno mai cessato di pregare con assiduità, né di esercitare in altri modi la loro pietà.

VII.

Chi insegna: che non vi è fra la fede temporale e quella che giustifica e salva, alcuna differenza se non la durata.

Perché il Cristo stesso, in Matteo 13:20 e seguenti, ed in Luca 8:13 e seguenti, stabilisce in modo evidente una triplice differenza tra quelli che credono solo per un tempo ed i veri fedeli, quando dice che i primi ricevono il seme nelle rocce, gli altri nella buona terra, o con un cuore buono, che i primi non hanno radici, ma gli altri radici solide, e che i primi non portano frutto mentre gli altri producono costantemente frutto in quantità.

VIII.

Chi insegna: che non è cosa assurda se la prima rigenerazione dell'uomo essendo stata distrutta, l'uomo può rinascere ancora una volta e persino parecchie volte.

Con questa dottrina, negano in realtà l'incorruttibilità della semenza di Dio mediante la quale nasciamo di nuovo, e annullano la testimonianza dell'apostolo Pietro: "Siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile" (1 Pietro 2:23)

IX.

Chi insegna: Che Gesù Cristo non ha in alcun modo né luogo pregato perché i credenti perseverino infallibilmente nella fede.

Contraddicono Cristo stesso, perché ha detto a Pietro: "Io ho pregato per te perché la tua fede non venga meno" (Luca 22:32), e Giovanni l'evangelista che afferma che Gesù non solo ha pregato per gli apostoli, ma per tutti quelli che crederebbero in lui, mediante la parola degli apostoli: "Padre Santo, conservali nel tuo nome. Io non ti prego perché tu li tolga dal monda, ma che tu li preservi dal maligno" (Giovanni 17:11,15).
 

Conclusione

Ecco dunque la chiara e franca spiegazione della dottrina ortodossa concernente: "I cinque articoli" dibattuti nei Paesi Bassi, con il rifiuto degli errori con le quali le chiese d'Olanda sono state turbate in questi tempi. Il Sinodo ritiene che questa spiegazione provenga dalla Parola di Dio, e sia conforme alle Confessioni di fede delle chiese riformate. Da questo, risalta con ogni chiarezza che hanno agito contro ogni verità, ogni equità e ogni carità, quelli che (mentre ciò giovava loro meno che a chiunque altro!) hanno voluto far credere al popolo:

Che la dottrina delle chiese riformate concernente la predestinazione ed i suoi punti connessi, di per sé e per la sua natura stessa, svia i cuori degli uomini da ogni pietà e religione; che è il cuscino della carne e del diavolo, la fortezza di Satana, da dove tende ad ognuno trappole, ferisce un gran numero di persone, ne colpisce a morte molti, sotto i colpi della disperazione.

Che questa dottrina fa di Dio l'autore del peccato, un essere ingiusto, un tiranno, un ipocrita. Che non è altro che stoicismo, manicheismo, libertinismo.

Che questa stessa dottrina rende gli uomini carnalmente indolenti, perché si persuadono che, mediante essa, qualsiasi vita si faccia, nulla può nuocere alla salvezza degli eletti, e che possono dunque, senza alcun timore, commettere i più gravi delitti tranquillamente; e che quand'anche i riprovati avessero compiuto tutte le opere dei santi, nulla di tutto ciò servirebbe alla loro salvezza.

Che secondo la medesima dottrina, si insegna che Dio, per suo unico piacere e desiderio, senza alcun rispetto né considerazione di alcun peccato, ha predestinato a dannazione eterna, e creato con questo scopo, la maggior parte del mondo.

Che se l'elezione è la sorgente e la causa della fede e delle buone opere, la riprovazione non è né più né meno causa dell'infedeltà e dell'empietà.

Che numerosi bimbi innocenti di fedeli sono strappati dal seno della loro madre per essere con tirannia precipitati della Geena, al punto che né il sangue di Gesù Cristo, né il battesimo, né le preghiere della chiesa fatte al loro battesimo, servono a loro niente. E tante altre simili assurdità che le chiese riformate non solo non professano, ma detestano con tutto il cuore.

È per questo che il Sinodo di Dordrecht scongiura e chiede, nel nome del Signore, che tutti quelli che invocano religiosamente il nome del Signore Gesù Cristo, giudichino della fede e della dottrina delle chiese riformate, non secondo le calunnie raccolte qua e là, né secondo le parole di alcuni dottori, sia antichi che recenti, spesso pronunciate in malafede, corrotti o sviati. Ma solo in base alle Confessioni pubblicate alle chiese stesse, e con questa presente spiegazione della dottrina ortodossa confermata dal consenso unanime di tutti, e di ogni membro del Sinodo.

Il Sinodo ammonisce poi seriamente i calunniatori stessi a considerare i terribili giudizi di dio che dovranno subire quelli che danno false testimonianze contro tante Confessioni di fede di queste stesse chiese, nonché quelli che turbano le coscienze dei deboli e si operano a rendere sospetta ai più la compagnia dei veri fedeli.

Infine, questo Sinodo esorta tutti i compagni di lavoro al servizio del Vangelo di Gesù Cristo, a comportarsi, trattando questa dottrina nelle scuole e nelle chiese, con pietà e religiosamente, ad usarla ed a farla servire, sia parlando che con gli scritti, alla gloria del nome di Dio, alla santità della nostra vita e alla consolazione dei cuori contristati; che non solo sentano ma parlino anche con la scrittura secondo l'analogia della fede. Infine, che s'astengano da ogni modo di parlare che vada oltre il senso candido delle Sante Scritture, e che potrebbe dare una giusta occasione ai sofisti arroganti e petulanti di diffamare e persino di calunniare la dottrina delle chiese riformate.

Il Figliuolo di Dio, Gesù Cristo, che è seduto alla destra del Padre, e dà i suoi doni agli uomini, voglia santificarci nella verità, e ricondurvi tutti quelli che si sono sviati, tappare la bocca ai calunniatori della sana dottrina, e dare li Spirito di discernimento ai fedeli ministri della sua Parola, affinché ogni loro proposito tenda alla gloria di dio ed all'edificazione dei suoi ascoltatori. Amen.

 

Appendice I

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE SUL SINODO DI DORDRECHT

Per evitare di allungare troppo le indicazioni bibliografiche che seguono, si è tralasciato di segnalare gli atricoli dei vari dizionari comunque facilmente accessibili. Si terrà pure conto del fatto che la distinzione nelle quattro sezioni ha valore orientativo pioché non è sempre possibile separare i vari studi in maniera rigida.

 

1. Testi ed edizioni

Acta et Scriptura Synodalia Dordracena ministrorum Remonstratium in foederato Belgio, Harderwijk 1620;

Acta Synodi Nationalis ... Dordrecthti habitae, Dordrecht 1620;

Phillip Schaff, The Creeds of Christendom, New York, harper Borthers 1919, sist Vol. 3 Grand Rapids, Baker, 1983, 550-597;

AA Hoekema "Needed: A New Translation of the Canons of Dort" CJT III (1968/1) 41-47;

Johannes P. van Dooren "De tekst van de Acta van de Synode te Dordrecht 1618-1619" NAKG 51 (1970) 187-198.

 

2. Studi Generali

Barend Glasius, Geschiedenis del Nationale Synode, in 1618 en 1619 gehouden te Dordrecht 2 Voll., Leiden 1860-1861;

G. Groen van Prinsterer, Maurice et Barnevelt, Utrecht-Bruxelles 1875;

H. Blind, Le Synode de Dordrecht, Genève 1881;

Klaas Dijk, De strijd over Infra-en Supralapsarisme in de Gereformeerde Kerken van Nederland, Kampen 1912;

Hendrik Kaajan, De Proacta del Dordtsche Synode in 1618, Rotterdam 1914;

Id., De Groote Synode van Dordrecht in 1618-1619, Amsterdam 1918;

T. Bos, De Dordtsche Leeregelen, Kampen, J.H. Kok 1915;

Gerrit Pieter van Itterzon, "Konig Jakobus I en de Synode van Dordrecht" NAKG 24 (1931) 187-204;

Id., "Engelse belangstelling voor de canones van Dordrecht" NAKG 48 (1968) 267-280;

Id., "Samuel ward en de Synode van Dordrecht: Wegen en gestalten in het Gereformeerd Protestantisme" FS Simon van der Linde, Amsterdam 1976, 141-153;

Douwe Johannes de Groot, "De conventus preparatorius van Mei 1607" NAKG 27 (1935) 129-166;

Jacob van der Schuit, De Dordtsche Synode en het supralapsarisme, Dordrecht 1937;

W:J:M: van Eysinga, De Internationale Synode van Dordrecht in Exuli amico Huzinga, Haarlem 1948. 7-40;

J.G. Feenstra, De Dordtse Leeregelen, Kampen, J.H. Kok, 1950;

Peter Y. De Jong (ed.) Crisis In The Reformed Churches, Grand Rapids, Reformed Fellowship 1968;

Simon van der Linde "De Dordtse Synode 1618-1619", NedThT 23 (1969) 339-348;

Gerrit Jan Hoenderdaal "De kerkordelijke kant van de Dordtse Synode" NedThT 23 (1969) 349-363;

Homer C. Hoeksema, The Voice Of Our Fathers. An Exposition of the Canons of Dordrecht, Grand Rapids, Reformed Free Publ. Assoc. 1980.

 

3. Studi storici sull'ambiente olandese

John L. Motley, The Rise of the Dutch Republic, 3 voll., London-New York 1856;

L. Ulbach et al., La Hollande et la liberté de penser au XVII et au XVIII siècle, Paris 1884;

P.J. Blok, A History of the People of the Netherlands, 3 voll. New York 1899-1900;

L.H. Wagenaar, Van Strijd En Overwinning, De Groote Synode Van 1618 Op '19 En Wat Aan Haar Voorafging, Utrecht, G.J.A. Ruys 1909;

P. Geyl, The Revolt of the Netherlands (1555-1609), London 1958;

Id., The Netherlands in the 17th Century, 2 voll., London 1961;

J. Huzinga, La civiltà olandese del seicento, Torino 1967;

C. Wilson, La Repubblica olandese, Milano 1967.

 

4. Studi teologici

J. Moltmann, Praedestination und Perseveranz (BGLRK 12), Neukichen, Kresi Moers 1961;

W. Robert Godfrey, Tension Within International Calvinism: The Debate on the Atonement at the Synode of Dort 1618-1619 (tesi PhD), Stanford University 1974;

Id., "Reformed Thought on the Extent of the Atonement to 1618" WTJ 37 (1974-75);

D. Sinnema, Reflection on the Nature of Theology and Theological Method at the University of Leiden before the Synode of Dordt (tesi M.A.), Toronto University for Christian Studies 1975;

Id. The Issue of reprobation at the Synode of Dordt, 1618-1619 (tesi PhD) prossimamente;

R.W.A. Letham, Saving Faith And Assurance in Reformed Theology; Zwingli to the Synod of Dort (tesi PhD), Aberdeen 1979.